Mario Draghi su ricerca e sviluppo economico, 9-11-2007

La ricerca scientifica fondamento dello sviluppo economico L’aumento della longevità è stato cospicuo nel nostro paese. Tra i primi anni Trenta e il tempo presente la speranza di vita è salita di oltre 6 anni per i sessantenni, di quasi 5 per i settantenni e di 3 per gli ottantenni; per le donne l’incremento è stato superiore, di 10, 8 e 5 anni, rispettivamente. Estendendo lo sguardo al mondo intero, non possiamo non notare come lo straordinario incremento demografico sospinto dall’allungamento della vita causi un uso più intenso delle risorse naturali. Ne discendono sfide difficili per l’umanità. La riduzione delle emissioni inquinanti, la ricerca di fonti energetiche alternative, la tutela delle biodiversità, la domanda di sicurezza degli alimenti, l’onere crescente per le finanze pubbliche della previdenza e dell’assistenza sanitaria agli anziani sono solo alcuni dei campi in cui siamo tutti chiamati a dare una risposta, affinché il guadagno di una vita più lunga e con minori sofferenze fisiche, che la medicina moderna ci offre, si traduca anche in aumento e diffusione del benessere. La ricerca scientifica può dare un grande contributo a trovare soluzioni che contemperino lo sviluppo economico di oggi con i bisogni delle generazioni future, che attenuino lo squilibrio fra la ricchezza di pochi e la povertà di molti. I meccanismi spontanei di mercato non sono sempre sufficienti a garantire questi esiti. I paesi e le istituzioni internazionali ricercano da tempo forme di cooperazione, che vanno intensificate. Ma il complesso della ricerca scientifica, in tutti i campi, svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo delle moderne economie di mercato. Ed è anche su questo che vorrei attrarre la vostra attenzione. Il titolo di una delle opere più famose sulla rivoluzione industriale, scritta dallo storico statunitense David Landes, è: Prometeo liberato. Rende l’idea di come il pieno dispiegamento delle conoscenze scientifiche possa tradursi in sviluppo: di nuovi prodotti, di più efficienti sistemi di produzione, di ricchezza e benessere materiale. Dal punto di vista dell’economista la conoscenza, sia quella acquisita da coloro che partecipano ai processi produttivi (capitale umano) sia quella incorporata nei beni capitale (innovazione tecnologica), è un vero e proprio fattore della produzione, oggetto di investimento economico. Si investe nell’accumulazione di capitale umano con anni di istruzione e di formazione, si investe nelle attività di ricerca e sviluppo con laboratori, personale dedicato, un clima culturale favorevole alla innovazione. Sono investimenti ad alto rendimento, i cui benefici per la collettività superano quelli privati. Questi ultimi si concretizzano in maggiori retribuzioni per i lavoratori e in più alti guadagni per le imprese. La spesa, privata e pubblica, per istruzione e ricerca è strategica. Le risorse pubbliche contribuiscono all’avanzamento della conoscenza se premiano il merito, se sviluppano l’eccellenza. In Europa i fondi, pubblici e privati, destinati alla ricerca e sviluppo non sono commisurati alla portata delle sfide poste. Essi rimangono inferiori a quelli impiegati da Stati Uniti e Giappone. L’Italia investe nella ricerca poco più dell’1 per cento del PIL, una quota pressoché invariata nell’ultimo decennio: l’allocazione dei fondi non sempre riflette la qualità dei risultati conseguiti. Un aumento delle risorse pubbliche è giustificato solo se accompagnato dall’adozione di criteri di assegnazione fondati sul merito. Il problema è da tempo all’attenzione dei Governi. Anche per il sistema delle imprese il divario nei confronti degli altri principali paesi è serio. Sono di conforto alcune tendenze recenti rilevate dalle nostre indagini. Nello sforzo di migliorare la qualità e il valore delle produzioni, sembra cresciuta tra le imprese italiane la consapevolezza dell’importanza di investire nella ricerca, intensificando i rapporti con le università e il coinvolgimento in progetti di respiro internazionale. La generosità dei singoli cittadini e del settore no profit spesso sopperisce alle carenze di fondi, soprattutto nella ricerca in campo medico. Essa deve trovare il giusto riconoscimento attraverso incentivi che ne promuovano l’ulteriore espansione. Il maggior impegno del settore pubblico, delle imprese e dei cittadini deve essere valorizzato da un contesto istituzionale e culturale fertile, che sia aperto all’innovazione scientifica, che ne amplifichi le ricadute sul benessere collettivo. 


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Submitted by raffaele_mauro on Sat, 08/12/2007 - 11:09.

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