Valorizzare i giovani per risollevare il Paese

Di recente si è fatto molto parlare della mancanza di prospettive per i giovani italiani. Hanno sottolineato la cosa i Confindustriali, la Banca d'Italia, il Presidente del Consiglio e numerosi autorevoli giornalisti e opinionisti di tutte le testate nazionali. L'AIR è pienamente consapevole di questa situazione, dato il suo focus sulle tematiche di ricerca e innovazione, e sa che per una ripresa della crescita italiana azioni forti e incisive sul tessuto produttivo, pubblico e privato, che privilegino il merito e la capacità, piuttosto che l'anzianità e la fedeltà alle cordate ed ai gruppi di potere, sono ormai indifferibili.

E' interessante però notare che, in mezzo a tutte le dichiarazioni di principio, sembra essersi perso il nocciolo della situazione. Il quale nocciolo è: le persone in gamba scelgono di andare a lavorare dove sono valorizzate. Inutile quindi stupirsi della fuga dei cervelli. Perché un giovane brillante e ambizioso dovrebbe rimanere "parcheggiato" in università per quattro-cinque anni, in attesa del "suo" concorso, e senza possibilità di sbocchi lavorativi dignitosi all'esterno? E' chiaro che in una situazione del genere chi veramente vuole fare ricerca, e ha gli strumenti intellettuali adatti per farlo (nonché una situazione personale che glie lo consenta), se ne va all'estero.

Occorre che chi governa questo Paese, e non si parla solo dei politici, si renda conto che l'innovazione non cresce sugli alberi, né può essere una parola usata per riempirsi la bocca e riscuotere facile consenso. L'innovazione arriva in primo luogo dai cervelli, gli stessi cervelli che oggi sono in fuga verso l'estero, per motivi economici ma anche di mortificazione professionale in Italia. Occorre quindi investire sul serio, e non solo a parole, sulle alte competenze che il sistema universitario oggi crea, prime fra tutti quelle dei Dottori di Ricerca, in grado di dare al sistema produttivo italiano quella spinta innovativa che a tutt'oggi finisce all'estero. Si dirà: anche queste sono belle parole, ma come tradurle in fatti? Alcune proposte: - una riforma seria dei concorsi universitari, che valorizzi realmente il merito e le capacità; occorre "ricordare" ai commissari dei concorsi che a rigore di legge dovrebbero scegliere il più bravo dei candidati. - una valutazione continua e seria dei risultati sia di ricerca che di didattica di tutte le fasce docenti universitarie. è necessario smettere di tollerare i docenti che fanno poco o nulla. - sostegno politico e di opinione a professionalità elevate come quelle dei Dottori di Ricerca, a tutt'oggi le più alte create dalle università italiane, e ignorate dall'apparato produttivo nazionale.

Le università, il MIUR, i sindacati, le associazioni imprenditoriali devono impegnarsi a rendere nota l'esistenza ed i profili di competenza dei Dottori di Ricerca, in modo che questi possano inserisi proficuamente nel mercato del lavoro. - Un recupero, almeno parziale, del divario salariale esistente tra i (pochi) ricercatori nel settore privato italiani e quelli europei. Se gli imprenditori vogliono davvero iniettare innovazione nelle loro aziende, devono cominciare a considerare i cervelli un asset prezioso almeno come gli impianti industriali, se non di più, e retribuirli di conseguenza. Per riassumere le opinioni correnti dei principali decisori italiani si possono riportare le recenti parole del Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi: i giovani sono "oggi mortificati da un'istruzione inadeguata", "da un'organizzazione produttiva che troppo spesso non premia il merito, non valorizza le capacità". Bellissime parole, che indicano una profonda consapevolezza del problema. Come abbiamo visto, i rimedi a questa situazione sono potenzialmente a portata di mano, e a costi monetari decisamente risibili. Ora aspettiamo di vedere se alle numerose, unanimi ed importanti parole seguiranno finalmente i fatti.

Alessandro Fraleoni Morgera

Presidente Associazione Italiana per la Ricerca

 



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