Bologna, 14 Aprile 2010 - Più che il denaro, potè la frustrazione.
Si potrebbe parafrasare così la motivazione principale del fenomeno della fuga dei cervelli dall’Italia verso l’estero. L’Associazione Italiana per la Ricerca ne discute alla trasmissione “Giovani Talenti” condotta da Sergio Nava, in onda su Radio 24 il 17 Aprile alle ore 15, incentrata sulle possibilità di rientro in Italia per giovani ricercatori italiani emigrati all’estero.
Premesso che in Italia al momento quasi tutta la ricerca è effettuata solo nei centri pubblici, con la ricerca privata concentrata in poche grandi aziende, da un’indagine informale condotta dall’associazione presso ricercatori italiani all’estero è emerso che le principali motivazioni per aver lasciato l’Italia risiedono non tanto nella differenza di salario (pure rilevante, tra il trenta ed il cinquanta percento) tra le retribuzioni medie europee e quella italiana nel settore, quanto nella reale possibilità di condurre ricerca qualificata e veramente indipendente.
In sostanza, la molla principale dell’emigrazione intellettuale pare essere l’impossibilità di condurre ricerca in proprio, di firmare le proprie pubblicazioni con i nomi dei soli partecipanti alla ricerca, e di avere la possibilità di richiedere fondi per progetti di ricerca in modo autonomo rispetto ai propri mentori accademici.
Per incoraggiare il rientro dei cervelli non basta avere la possibilità di fare concorsi per posizioni accademiche in Italia, ed eventualmente vincerli. Occorre anche essere nelle condizioni per poter lavorare proficuamente, il che comporta poter fare domanda per finanziamenti e aver modo di interfacciarsi con un ambiente esterno all'Università che sia interessato a collaborare e a portare nel mondo produttivo il lavoro di ricerca svolto negli atenei. Quest’ultimo aspetto in Italia è quasi completamente assente, e con le politiche messe in campo ad oggi, difficilmente potrà svilupparsi nel prossimo futuro.
Se non interviene rapidamente un cambio di rotta sul fronte della meritocrazia (vera, quella che sì premia i migliori, ma anche punisce i peggiori, togliendo loro fondi di ricerca e posizioni a tempo indeterminato, da riassegnare a chi invece lavora bene e produce scienza ad elevato livello), nel giro di qualche anno l’Italia verrà colonizzata anche intellettualmente dai paesi emergenti. Con una Cina che ogni anno sforna più di quattro milioni di laureati, ed un’Italia che produce laureati di qualità media sempre peggiore (poiché le menti non necessariamente più brillanti, ma senz’altro quelle più ambiziose e propense al miglioramento continuo, vanno all’estero), non è difficile pronosticare per il nostro Paese un avvenire in cui i quadri dirigenti parleranno lingue molto diverse dall’italiano.
Alessandro Fraleoni Morgera - Presidente AIR