Ricerca&Elezioni 2008: la Ricerca secondo il PD e il PdL

Questa sezione non sarà più rimossa dal sito, per poter verificare in itinere la rispondenza dell'operato del prossimo Governo alle dichiarazioni fatte in campagna elettorale. 

Disclaimer: l'AIR è una Associazione apartitica. Sono stati pubblicati gli interventi che ci sono stati inviati a seguito del nostro appello e le dichiarazioni dei leader dei partiti reperibili in rete. L'AIR non si assume alcuna responsabilità relativa ai contenuti di questa pagina e la loro pubblicazione non ne implica la sottoscrizione.

Nell'ordine, qui sotto:

Apcom 5 Aprile: dichiarazione sui ricercatori di Walter Veltroni (PD)

Contributo per AIR di Giuseppe Valditara (PdL)

Contributo per AIR di Marta Rapallini (PD)

 

Walter Veltroni (PD)

Roma, 5 apr. (Apcom) - Per Walter Veltroni il rilancio dell'innovazione nel Paese passa attraverso un progetto a tutto campo che coinvolga mille giovani ricercatori italiani ma anche stranieri ai quali affidare altrettanti progetti a lunga scadenza. Questa la proposta, che Veltroni affida all''Ingegnere Italiano', il mensile del Consiglio Nazionale degli Ingegneri: "Serve un programma, gestito da un'agenzia indipendente, per selezionare, con criteri internazionali, 1.000 giovani ricercatori (italiani e stranieri) ad alto potenziale, ai quali finanziare altrettante idee di ricerca per un periodo di dieci anni, con contratti di ricerca individuali e adeguato budget per spese di progetto. Non si dovrebbero porre altre condizioni, se non la qualità scientifica dei proponenti e l'accettazione di regole di valutazione di tale qualità nel corso dell'attività". Il candidato premier del Pd ne stima anche i costi individuando una "spesa preventivabile in 800-1000 milioni di euro nel decennio".

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Giuseppe Valditara (PdL)

6 aprile 2008

La correlazione fra qualità della ricerca svolta e crescita del pil è ormai un dato ben noto. Per altro verso il capitale umano nella società della conoscenza è una risorsa strategica. Emerge dunque la centralità del sistema universitario per lo sviluppo del Paese.
Il modello ormai da tempo al centro dell’attenzione è senz’altro quello americano. Fra le prime 20 università al mondo per risultati ottenuti in termini di ricerca e di didattica ben 17 sono americane. Il sistema universitario americano è anche quello che realizza la maggiore promozione sociale. In che cosa si caratterizza? Innanzitutto nella grande libertà di organizzazione, nella assenza di una burocrazia statale che determini regole rigide, in un sistema di valutazione dei risultati e di finanziamenti collegati ai risultati, in una accentuata individualizzazione dei rapporti contrattuali che consente di valorizzare il merito di chi fa ricerca e didattica, nella competizione fra atenei.
In questa direzione si sono dunque mosse negli ultimi anni le riforme di buona parte dei Paesi europei. Così da ultimo nazioni come la Germania, tradizionalmente espressione di un modello universitario alternativo a quello americano, o come la Svizzera,  hanno dato vita a percorsi di innovazione che vanno nel senso indicato. In direzione analoga sembra intenzionata a muoversi anche la Francia.
Tradotto quel modello in termini compatibili con il nostro sistema si può parlare della necessità di una autonomia strettamente collegata alla responsabilità.
Più nel concreto cosa serve dunque al rilancio del sistema universitario italiano?
Innanzitutto vi è il nodo delle risorse. Se è vero infatti che i finanziamenti pubblici sono appena sotto la media Ocse, per finanziamenti privati siamo al penultimo posto. Da una parte occorre quindi incentivare il finanziamento privato, dall’altra, fino a quando non si riequilibra il rapporto, lo stato deve compensare il pesante divario che penalizza il nostro sistema di ricerca.
Va aggiunto che gli scarsi investimenti privati in ricerca sono legati anche al fatto che il nostro tessuto produttivo è composto più che in altri Paesi da piccole imprese che non hanno possibilità o anche talvolta predisposizione culturale a investire in ricerca. E’ significativo come secondo uno studio della Camera di commercio di Milano ben il 60% delle imprese non sarebbe interessato a fare ricerca. D’altro canto va anche considerato che se negli anni ’70, nel mondo, il 70% dei nuovi prodotti veniva sviluppato nelle imprese, oggi ben il 50% trova origine dalla ricerca universitaria.
Da qui si comprende come sia sempre più importante collegare imprese ed università.
Occorre dunque affermare un principio fondamentale: “niente tasse sulla ricerca”, che significa innanzitutto accrescere la defiscalizzazione degli utili reinvestiti in ricerca,  per arrivare in prospettiva ad una defiscalizzazione integrale, ma che deve anche significare niente Irap su chi fa ricerca. Si dovrebbero poi finanziare dottorati all’interno delle imprese, rimediando ad uno dei limiti del dottorato in Italia, concepito essenzialmente come funzionale alla carriera universitaria e poco collegato al mondo del lavoro. Lo stato potrebbe poi anche prestare fideiussioni per garantire di fronte alle banche prestiti a tassi agevolati in favore di quelle imprese che investano in ricerca.
Al fine di agevolare il reperimento di risorse dal privato e per facilitare lo svolgimento di attività imprenditoriali da parte delle università è poi importante incentivarne la trasformazione in fondazioni.
Se è essenziale accrescere gli investimenti pubblici occorre peraltro collegare i finanziamenti ai risultati evitando così uno spreco di risorse.
E’ pertanto necessario innanzitutto che una parte dei finanziamenti statali sia legato alla qualità della ricerca e della didattica svolta nelle singole sedi universitarie. Vanno pure considerati ulteriori indicatori come per esempio la capacità di utilizzare finanziamenti comunitari, il grado di apertura internazionale, il numero dei brevetti, anche al fine di incoraggiare l’investimento in ricerca applicata.
Essenziale diventa dunque la valutazione. Al riguardo va rilevato come si registrino ritardi molto gravi se si pensa che solo a marzo 2008 il decreto istitutivo dell’Agenzia Nazionale di Valutazione (Anvur) è stato inviato alla Corte dei Conti per la registrazione, che l’Agenzia non è stata dotata di risorse, e che il regolamento relativo appare caricarla di una serie eccessiva di compiti, trasformandola in una sorta di burocratico orwelliano “grande fratello”, quando invece una siffatta agenzia dovrebbe occuparsi esclusivamente della valutazione della qualità della ricerca e della didattica svolte dalle singole università, traendo spunto dalla ormai ricca casistica internazionale. Per certe materie sarebbe per esempio interessante valutare, in termini percentuali sul numero dei ricercatori, la quantità di citazioni su articoli usciti su riviste internazionali delle pubblicazioni prodotte dagli studiosi afferenti a ogni singola università.
Altro problema serio, fin qui troppo sottovalutato, è la situazione di dissesto di molti atenei. Ve ne sono alcuni che sono sull’orlo del fallimento.
Occorrono dunque piani pluriennali di rientro finanziario concordati fra le singole università e il ministero, piani al cui rispetto collegare l’attribuzione dei finanziamenti. D’altro canto se in Germania vi sono circa 800 corsi di laurea a fronte dei 3200 di primo livello in Italia (5450, in totale), una razionalizzazione appare senz’altro opportuna. A un decennio dalla sua introduzione, sarebbe anche opportuno fare il punto sul funzionamento del 3+2, che per qualche aspetto sembra suscettibile di miglioramento; fra l’altro si devono dare reali sbocchi nel mercato del lavoro alle lauree brevi, e si deve evitare che si crei un meccanismo generalizzato di sostanziale allungamento del percorso universitario.
D’altro canto è pure opportuno incoraggiare con incentivi finanziari la specializzazione dei piccoli atenei, favorendo il loro collegamento con la realtà produttiva locale.
In questo contesto, per innescare un circolo virtuoso, occorre favorire anche una sempre maggiore individualizzazione dei rapporti: sul modello tedesco e ferma restando la percentuale prevista nella legge fra spese per il personale e Fondo di finanziamento ordinario, si potrebbe immaginare che la legge determini i minimi retributivi e di stato giuridico e con contratto individuale si definiscano sulla base di valutazioni meritocratiche, e cioè in base alla qualità della ricerca e della didattica, incrementi o benefits anche significativi. Non è invece affatto auspicabile l’introduzione di un contratto collettivo nazionale della ricerca, come proposto dal Partito Democratico, che finirebbe con il sindacalizzare un settore che da sempre rivendica una sua orgogliosa diversità.
Quanto al reclutamento deve passare in primo luogo attraverso una verifica nazionale per garantire un controllo della comunità scientifica nel suo complesso sulla qualità dei candidati. All’interno di una lista nazionale di idonei, le università sceglieranno chi ritengono più adatto. Si ha così un doppio filtro.Se poi il docente scelto risulterà inadeguato in termini di qualità della ricerca o della didattica, l’università ne subirà le conseguenze ricevendo meno finanziamenti. La eliminazione di una verifica nazionale con la istituzione della libertà di chiamata da parte delle singole sedi, come proposto nel programma del Partito Democratico, indebolisce la garanzia della qualità della docenza.
Sul versante ricercatori occorre innanzitutto registrare il totale fallimento della politica del governo di centrosinistra. Contraddicendo le promesse si sono pregiudicate gravemente le aspettative dei giovani studiosi. Se infatti negli ultimi anni del governo Berlusconi la media di concorsi da ricercatore era arrivata a circa 3000 unità, il tanto sbandierato piano straordinario di assunzioni del governo Prodi si è limitato ad una prima tranche di 1000 nuovi posti, con procedure di bando estremamente lente. Ancora peggio si è fatto sotto il profilo della regolamentazione del reclutamento. Il pessimo regolamento Modica/Mussi è apparso fin dall’inizio illogico laddove consentiva che un ingegnere valutasse un medico, ed è risultato palesemente illegittimo oltrechè farraginoso e iperburocratico. Il rifiuto di registrazione da parte della Corte dei Conti ha rappresentato la bocciatura di una intera politica riformatrice del centrosinistra.
Occorre dunque innanzitutto liberare risorse specificamente destinate al bando di concorsi per ricercatore e consentire alle università di effettuare i concorsi in tempi rapidi e certi.
Le norme contenute nella riforma Moratti, che eliminavano la figura del ricercatore a tempo indeterminato, erano probabilmente troppo rigide. Sarebbe meglio lasciare sul punto autonomia alle singole università. Pare piuttosto importante unificare le varie figure di contrattisti in un’unica figura di ricercatore a tempo determinato che abbia una tutela previdenziale, pur continuando a godere di un particolare regime fiscale.
Un tema che ogni tanto affiora è quello della contribuzione studentesca.
Personalmente non sono d’accordo su un aumento indiscriminato delle tasse universitarie come invece avverrebbe liberalizzando la tassazione, secondo quanto proposto nel programma del Partito Democratico: contribuisce a favorire l’abbandono studentesco ed è spesso un aggravio insopportabile per le famiglie. Potrebbe essere invece opportuno immaginare  convenzioni fra studenti e università, in virtù delle quali lo studente si impegna a versare, con rate anche pluridecennali, nella prima dichiarazione dei redditi, una piccola percentuale alla università di provenienza. E’ un sistema fra l’altro molto più efficace e di facile realizzazione dei prestiti d’onore, che in Italia non sono decollati. Nel contempo si preveda l’esenzione dalla contribuzione per chi ha medie di voto particolarmente elevate: si incoraggia così uno studio serio.
Per i meritevoli di modeste condizioni economiche si diffonda un sistema efficace di borse di studio.
In questa legislatura sono stati drammaticamente tagliati i fondi per l’edilizia universitaria. E’ inutile parlare di 100 campus (oltretutto entro il 2010!) quando si sono tolte risorse per le residenze, le aule, le infrastrutture.
Un altro passaggio chiave è la realizzazione di un sistema trasparente di informazioni agli studenti, affinché possano scegliere con consapevolezza a quale università iscriversi. Innanzitutto sono necessarie forme di certificazione di qualità che tengano conto dei livelli delle strutture, dei corsi e dei risultati, a iniziare per esempio dalla considerazione del tempo necessario per trovare lavoro per chi provenga da quella università. Poi le università devono rendere facilmente consultabili dagli studenti le informazioni sulla produzione scientifica e sugli attestati relativi ai propri docenti.
La ricerca ha peraltro necessità di essere liberata dalle pastoie burocratiche e dai tempi lunghissimi per ottenere i finanziamenti. Le risorse non solo sono scarse, ma vengono attribuite con ritardi intollerabili. Nel 2007 si è perso addirittura un anno di finanziamenti alla ricerca. I bandi Prin sono stati invero pubblicati solo nello scorso ottobre mentre i referee sono stati nominati a marzo 2008! Lasciare per un anno la ricerca senza finanziamenti significa uccidere la ricerca.
Infine va denunciata la scarsa internazionalizzazione del nostro sistema universitario. Anche sotto questo profilo siamo agli ultimi posti fra i Paesi Ocse. La modesta apertura internazionale riguarda i docenti come gli studenti. Per quanto riguarda i docenti dovrebbe essere consentita, a parità di ruolo ufficialmente riconosciuto, la chiamata diretta, mediante valutazione comparativa e senza ulteriori intoppi burocratici. Relativamente agli studenti contribuiscono alla scarsa affluenza dall’estero i bassi ranking internazionali delle nostre università, fatta eccezione per un numero limitato di atenei, la scarsità di residenze universitarie e la scarsità di corsi in inglese o comunque in una delle lingue internazionalmente più diffuse.
In tutto questo contesto è senz’altro opportuno sperimentare su base volontaria nuove forme di governance che consentano di aprire le università a ex alunni e a grandi finanziatori.  
Sullo sfondo, come punto di arrivo, almeno per alcune facoltà, ben si può ragionare in termini di abolizione del valore legale della laurea. Non può essere tuttavia un punto di partenza: nelle condizioni attuali significherebbe infatti la chiusura di molte università, specie in alcune aree del paese, con un carico non sopportabile sui restanti atenei e un peggioramento complessivo della qualità della formazione. Piuttosto si inizi a scoraggiare il fenomeno della moltiplicazione di fasulle lauree honoris causa che delegittimano un impegno serio.
In conclusione devono essere avviate condizioni di vera e sana competitività fra tutti gli atenei: è questa la sfida più difficile, ma senz’altro non rinviabile.

Giuseppe Valditara (PdL) 

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Marta Rapallini (PD)

7 aprile 2008

L’università di domani
L’Università non è più soltanto la scuola d’élite per formare la classe dirigente del paese ma deve essere, allineandoci al resto dell’Europa, il luogo capace di formare un numero sempre maggiore di cittadini, dando loro gli strumenti culturali e professionali che li rendano capaci e consapevoli di vivere in una società della conoscenza la cui coesione è garantita da una maggiore equità sociale e di genere.
Garantire formazione universitaria ad una quota maggiore di cittadini non deve però implicare la rinuncia all’eccellenza. L’Università fornisce tre differenti livelli di laurea, che devono differenziarsi per difficoltà e per sbocchi professionali. L’Università deve produrre laureati di primo livello che abbiano coerenti sbocchi professionali, un po’ meno laureati di secondo livello con differenti sbocchi professionali, e ancor meno dottori di ricerca che devono essere valorizzati molto di più nel mondo della ricerca, delle imprese e delle professioni. Ma i tre insiemi di laureati devono crescere perché così ci indica il confronto con gli altri paesi europei.
Università vuol dire alta formazione e ricerca, ma anche sviluppo economico e territoriale. Le politiche sull’università devono tenere conto di tutte e tre le missioni e, per raggiungere questi obbiettivi, l’Università ha in primo luogo bisogno di un nuovo sistema di governo adatto al suo nuovo ruolo. Il sistema universitario italiano, come il sistema delle imprese, hanno peculiarità che li differenziano dai sistemi con cui internazionalmente si è abituati a confrontarci. Questa peculiarità non deve essere usata per garantire il proliferare di una massa indistinta di atenei, ma deve spingere l’Italia verso parametri di qualità che possono essere sì diversi tra i diversi territori ma devono essere condivisi e scientificamente validi. Il rispetto delle differenze va preservato ma mai a scapito della qualità, come troppo spesso accade.
Lo studio del funzionamento del sistema italiano nel suo complesso mostra che vanno incrementati quasi dappertutto e con assoluta urgenza tre fattori: la capacità di evidenziare il merito, la valutazione applicata e non solo teorica e l’autonomia seria, trasparente e responsabile. Si tratta di porre poche regole chiare, poca burocrazia, nel rispetto dell’autonomia e deve essere sempre accompagnata da una rigorosa valutazione dei risultati.
Queste tre esigenze, che sono strettamente correlate, paiono ovvietà ma la loro implementazione nel sistema può richiedere anche riforme importanti, di governance di ateneo e di sistema: richiede soprattutto un coinvolgimento motivato di chi vi lavora.  Il progetto politico da promuovere deve basarsi sul rafforzamento dell’autonomia delle università e del sistema pubblico della ricerca, garantita da risorse ma anche dalla dovuta responsabilità verso lo Stato e i cittadini.
Non è l’autonomia delle università la causa di tutti i suoi mali, come in molti oggi credono, ma la mancanza della necessaria responsabilizzazione dei principali attori del sistema universitario.

La ricerca è un investimento strategico
L’Italia investe troppo poco in ricerca, la metà della media europea, un terzo della Germania. L’investimento in ricerca è un’emergenza nazionale perché la ricerca è la leva dello sviluppo. La ricerca deve essere di base e applicata, precompetitiva e industriale ma, nel sistema delle università e della ricerca pubblica, si deve lasciare spazio alla ricerca libera, cioè quella guidata dalla curiosità dei ricercatori, senza la quale la filiera ricerca-innovazione-sviluppo si paralizza e declina.
I finanziamenti alla ricerca devono avvenire all’interno di un quadro complessivo di investimenti pubblici e privati. In questa direzione il Governo Prodi ha già avviato l’iter per l’istituzione di un apposito fondo, il FIRST (Fondo per gli Investimenti nella Ricerca Scientifica e tecnologica comprendente FIRB, FAR e PRIN), che consente che i finanziamenti statali alla ricerca siano assegnati in un quadro organico di scelte strategiche di sviluppo e che la selezione dei progetti da finanziare sia subordinata a criteri omogenei, chiari, trasparenti e coerenti con le prassi internazionali, così come un gruppo di autorevoli ricercatori ha chiesto anche di recente in un appello rivolto al Presidente della Repubblica. Il FIRST sta ancora percorrendo il suo iter burocratico ma va portato a termine.

Valutazione: valore al merito
Le università, al pari di altri settori strategici del nostro Paese, devono superare le logiche improprie che troppo spesso inquinano l’operato di chi vi lavora: nepotismo e clientelismo, che mortificano i meriti e i talenti, non possono avere cittadinanza nell’Università che vogliamo e di cui il Paese ha bisogno.
Perché l’Università torni ad essere il grande motore della mobilità sociale bisogna prima di tutto dare valore al merito in tutti i luoghi del sapere.
Poiché vogliamo che il sistema sia governato da autonomia responsabile, in un sistema finanziato soprattutto dal bilancio dello Stato, così come lo è l’università, è indispensabile che tutte le procedure e le scelte siano scandite dalla valutazione dei risultati.
In Italia manca la cultura della valutazione. Non solo per il sistema universitario. Si pensi alla scuola, alla pubblica amministrazione. La valutazione non va invocata come parola magica ma deve diventare una “buona pratica” diffusa; solo valutando strutture, programmi, persone, risultati, investimenti si possono prendere decisioni responsabili mirate al miglioramento del sistema.
L’Università ha bisogno di strumenti in grado di evidenziare merito e qualità all’interno delle sue strutture: la valutazione è certamente il più importante e l’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema dell’Università e della Ricerca), istituita dal Governo di centrosinistra, è certamente indispensabile. Finalmente abbiamo anche in Italia un organismo terzo e indipendente di valutazione del sistema universitario e della ricerca, che rappresenta un passo decisivo per allinearci agli altri sistemi europei nei quali la valutazione è già parte integrante di procedure e finanziamenti. Ma l’ANVUR avrà di necessità tempi di attuazione lunghi. Il sistema non può aspettare, bisogna continuare a investire nei comitati nazionali (CNVSU e CIVR) che rappresentano il seme da cui nascerà l’agenzia e che garantiscono fin da subito una relazione tra esito della valutazione e una quota di finanziamento, non consolidabile, che gli atenei possono ricevere solo a seguito di esito positivo di processi valutativi, cioè un finanziamento premiale.
Il PD nel suo programma si pone l’obbiettivo di portare in 10 anni il trasferimento pubblico per l’università e la ricerca al livello dei paesi più attivi e vitali e far sì che una quota crescente, fino ad arrivare almeno al 30%, sia trasferita sulla base della valutazione dei risultati. Perché la valutazione modifica in modo virtuoso il sistema solo se i suoi esiti hanno ricadute certe sul finanziamento al sistema.
Verso l’ANVUR si registra un diffuso sentimento di diffidenza e sospetto. Credo invece che non si debba temere l’ANVUR preoccupandoci ora di limitarne l’operato in nome dell’autonomia o in nome del timore, senz’altro prematuro, di un sovraccarico di lavoro. Dovrebbe piuttosto nascere un dibattito, alimentato anche e soprattutto dalla comunità scientifica oltre la stretta cerchia degli addetti ai lavori, che riempia di contenuti, e non solo di divieti, il sistema nazionale di valutazione.
Il sistema di valutazione dovrebbe essere curato dall’interno, ma anche da i politici che come me lo hanno voluto e che abbiamo contribuito a farlo nascere, come una preziosa piantina che deve crescere forte e rigogliosa e non, mantenendo la metafora botanica, inibito cerchiandone le radici per farlo crescere bonsai.
La nascita dell’ANVUR dovrebbe produrre un netto cambio di tendenza, trasformando un sistema basato su regole certosine dettate a priori in un sistema autonomo valutato a posteriori nell’esito delle sue scelte. La valutazione ex-post dovrà diventare la leva per agire sul sistema e l’ANVUR diventerà quindi uno strumento indispensabile sia per gli Atenei che per il Ministero.
Inoltre se il merito di docenti e ricercatori diventerà elemento importante per l’assegnazione di una quota, sempre maggiore, di finanziamento premiale alla struttura, ne deriva che la valutazione dovrà diventare uno dei tasselli più importanti della carriera di un docente.

Investire nel capitale umano
Un’indispensabile “cura” per il sistema universitario è la valorizzazione del capitale umano, vera risorsa del nostro Paese. L’ università italiana non è attrattiva per i ricercatori. Molti dei nostri migliori se ne vanno e quasi nessuno viene dall’estero. La scarsa attenzione al merito è dichiaratamente la causa di questa disaffezione.
I nostri giovani ricercatori, a differenza dei loro colleghi europei, hanno meno autonomia, soprattutto finanziaria, e si formano in un ambiente gerarchico che non li stimola a valorizzarsi. I nostri programmi nazionali di ricerca, ad esempio, possono essere coordinati solo da personale di ruolo. Questo è un grosso limite che va rimosso perché per coordinare un progetto di ricerca è necessario avere i titoli scientifici per farlo e non un posto di ruolo.

Investire negli studenti più meritevoli, valorizzare il dottorato di ricerca quale massimo livello di formazione, rendere attraenti le carriere dei ricercatori, a partire da un reclutamento basato sul merito, rappresentano tre emergenze del nostro sistema.

Investire prima di tutto negli studenti, premiarne il merito, potenziare il Diritto allo Studio per attuare il dettato costituzionale.
Oggi pesa ancora troppo per il successo degli studi la provenienza sociale: mentre il 60% dei figli di genitori laureati si laurea a sua volta, solo il 40% dei figli dei diplomati ottiene la laurea.
L’aumento del numero degli studenti universitari, favorito dalla riforma dell’ordinamento nei tre cicli di laurea, ha portato con sé l’aumento dei costi del diritto allo studio. Troppo spesso però si è risposto in modo inadeguato a questa richiesta, decentrando gli Atenei mediante un proliferare di “poli didattici” disseminati sul territorio. Portare l’università sotto casa però non è la risposta giusta all’eccessivo costo che la frequenza degli studi universitari nelle sedi proprie comporta. L’università deve essere un luogo in cui si esercitano didattica e ricerca perché è la feconda corrispondenza tra le due che genera l’ambiente culturale necessario alla formazione universitaria e troppo spesso la disseminazione di micro-atenei non consente questa doppia valenza.
Gli studenti hanno diritto di scegliere la sede universitaria più consona al percorso didattico che intendono seguire, più coerente alle proprie aspirazioni professionali e non più vicina alla propria residenza. Per questo si devono aumentare le borse di studio, istituendone anche una parte assegnate a livello nazionale e spendibili in qualunque università del paese, e si devono sviluppare i sistemi per la concessione di prestiti d’onore soprattutto per il dottorato di ricerca.
Oltre all’importanza della mobilità sul territorio nazionale diventa sempre più importante favorire la mobilità internazionale degli studenti. Sono ancora troppo pochi gli studenti italiani che hanno l’opportunità di partecipare a scambi con le università europee ed ancor meno sono gli stranieri che vengono in Italia. Per questo serve investire nel progetto Erasmus rendendo il soggiorno di studi all’estero un’opportunità per tutti gli studenti.

Bisogna investire sui dottori di ricerca in termini economici, in termini di potenziamento del loro numero, della qualità della loro formazione e in termini di valorizzazione nel mondo del lavoro. Il dottorato di ricerca è il terzo (e ultimo) livello della formazione universitaria, in Italia non molti lo sanno. Il dottorato forma gli studenti laureati alla ricerca con la ricerca.
I “Principi di Salisburgo” sul dottorato di ricerca affermano chiaramente che un dottorando è contemporaneamente uno studente e un early stage researcher. E’ necessario dare il giusto valore ad entrambe le valenze, non avvalendosi di una per negare i diritti dell’altra. Il dottorando come studente ha diritto a godere del diritto allo studio in attuazione della nostra Costituzione; come early stage researcher ha diritto a non essere relegato nell’ambito del lavoro precario.
E’ urgente la valorizzazione del dottore di ricerca per il suo inserimento nel mercato del lavoro senza porre la limitazione all’ambito universitario. L’innovazione si trasferisce sulle gambe delle persone e il dottore di ricerca, che si è formato alla ricerca con la ricerca, può portare con sé il seme dell’innovazione in tutti i contesti in cui è chiamato a lavorare: oltre che nelle università e negli enti di ricerca, nelle imprese e nella pubblica amministrazione. In generale, ogni forma di riconoscibilità pubblica del titolo di dottore di ricerca aiuta a dare cittadinanza condivisa e quindi a potenziare questo livello della formazione universitaria.
Bisogna offrire percorsi di alta qualità ai ricercatori più meritevoli per rendere attraente il loro percorso (come l’Europa chiede da tempo agli stati membri), al fine di impedire che i migliorino vadano definitivamente all’estero e per attirare in Italia ricercatori stranieri, perché la circolazione di idee è la linfa vitale per il sistema della ricerca.
In questa direzione il PD ha pronto un disegno di legge per attivare “Contratti di ricerca per giovani leader scientifici”. Si tratta di una nuova modalità di sostegno alla ricerca, basata su tre assi fondamentali: piena autonomia del ricercatore nel definire il proprio progetto, rigoroso sistema di valutazione analogamente a quanto avviene in Europa, incremento delle risorse pubbliche e incentivi fiscali alle imprese che intendono partecipare al finanziamento della ricerca. Il Ministero dell’Università e della ricerca, attraverso un contratto di ricerca per giovani leader scientifici, finanzierà con 250.000 euro l’anno i progetti reputati “eccellenti” da appositi comitati, attraverso il sistema della valutazione tra pari. La scelta dell’Università o dell’ente pubblico presso il quale svolgere l’attività di ricerca compete al leader scientifico. Anche i ricercatori stranieri possono partecipare, purché siano disposti a svolgere la propria attività in Italia. Ai candidati è richiesto il titolo di dottore di ricerca. Infine il provvedimento consente di cumulare al finanziamento pubblico anche quello privato: le imprese che sosterranno economicamente i progetti selezionati, anche al fine di innovare la propria attività ed acquisire maggiore competitività, usufruiranno di adeguate agevolazioni fiscali. A questo proposito è necessario anche introdurre agevolazioni fiscali per le imprese che assumeranno i dottori di ricerca perché è garanzia di un impegno nella produzione di ricerca.

Infine il reclutamento deve diventare serio (vinca il migliore), trasparente (responsabilità nelle scelte) e scientificamente valido (criteri di valutazione accreditati dalle prassi valide in tutto il resto del mondo), non si può attendere oltre. Diminuire il precariato dei giovani significa reclutare in ruolo prima - professori a trent’anni - puntando sul potenziale che i giovani esprimono.
Il nostro sistema invece si basa sul proliferare di una selva di contratti, assegni, borse e quant’altro che mantiene un bacino stabile di “giovani” da cui l’autorevole gotha delle università possa cooptare. Questo sistema, definito efficacemente il sistema delle “code”, è l’antitesi del merito ed è ciò che davvero impedisce che l’Italia partecipi a quella feconda circolazione di ricercatori del mondo. L’Italia regala i suoi ottimi ricercatori ai sistemi più avanzati dei nostri ma non si arricchisce altrettanto di contributi stranieri.
Però il reclutamento non basta, non deve essere l’unico atto con cui un ateneo autonomo valuta i docenti e i ricercatori che operano presso di sé.
Il reclutamento deve avvenire presto, quindi su una personalità scientifica ancora non completamente definita. Ad esso perciò devono seguire, a cadenza diversa, valutazioni scientifiche dei docenti e ricercatori. E’ garanzia del sistema, degli atenei e dei singoli docenti e ricercatori se queste valutazioni periodiche verranno effettuate dall’ANVUR proprio a causa della sua terzietà. Una valutazione periodica seria dei risultati ottenuti da ciascun professore costituirà lo strumento per percorsi di carriera regolati dal merito a qualunque età.
Premettendo che non credo che esista la procedura di reclutamento perfetta, faccio notare però che il MiUR ha proposto, nella legislatura appena conclusa, un nuovo regolamento di reclutamento dei ricercatori che, dopo un faticoso percorso irto di ostacoli è purtroppo recentemente caduto per mano della Corte dei Conti. Il regolamento offriva una risposta coerente a queste istanze. Purtroppo ha prevalso ancora una volta il cieco corporativismo del sistema.
Aggiungo solo un'altra considerazione. In un regime autonomo, trasparente e responsabile il reclutamento, ovvero la scelta del personale della struttura, è una delle azioni più importanti per la qualità della sua crescita. Non credo sia proponibile che in una struttura che deve essere in grado di reperire fondi e di funzionare bene, la scelta del personale sia demandata ad altri. Questo è il senso delle fantomatiche e farraginosee e lobbistiche commissioni nazionali. Negli accesi dibattiti sul tema spesso si assiste alla querelle tra concorso nazionale e concorso locale, ovvero tra chi subordina l’interesse della disciplina a quello dell’ateneo e chi invece considera giusto il primato della sede su quello della disciplina. Ma la questione così posta è fuorviante perché non è la dimensione del concorso che garantisce che siano reclutati i migliori ricercatori/docenti ma è la trasparenza della tutela degli interessi in gioco, accompagnata da processi di valutazione a posteriori sui reclutamenti. E’ evidente che se la qualità del personale dell’ateneo avesse conseguenze sui risultati della valutazione la scelta del migliore diventerebbe la più efficace e quindi la più probabile. Ma se la qualità del personale reclutato è un parametro mai valutato, la qualità del reclutamento, a normativa vigente, dipende soltanto dall’etica individuale che, si sa, non basta quasi mai.
A proposito del reclutamento voglio infine sottolineare che esiste l’urgenza di riattivare un reclutamento costante, non sporadico né di emergenza, non con vecchie regole e nefaste idoneità ma con nuove procedure meritocratiche, separando finalmente reclutamenti da promozioni come il programma del Governo Prodi così bene esprimeva.

Autonomia, merito e valutazione dei risultati: da qui dobbiamo ripartire per scrivere il patto tra Paese e Università, da qui dobbiamo ripartire a confrontarci con la comunità scientifica e la società perché solo con l’indispensabile contributo del mondo dell’Università e della Ricerca e di tutti coloro che credono che in un paese moderno gli obbiettivi di Lisbona debbano essere al primo posto, il sistema dell’alta formazione e della ricerca italiano diventerà finalmente la leva riconosciuta e giustamente valorizzata per lo sviluppo del Paese.

Marta Rapallini (PD)



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